2019: sette pilastri da record nel mirino

05 Gennaio 2019

Nella nuova stagione, dopo tanti anni di attesa, potrebbero essere avvicinati sette primati mondiali: andiamo a scoprire in quali gare


 

di Giorgio Cimbrico

Cento anni fa il colonnello Thomas Edward Lawrence, più noto come Lawrence d’Arabia, ultimava la prima stesura dei “Sette Pilastri della Saggezza”, resoconto della rivolta che lo portò, alla testa dell’armata araba, a Damasco e sintesi letteraria di una vita.

I sette pilastri dell’atletica, così solidi da non subire minacce, possono essere individuati, in ordine cronologico, frutto di una “costruzione” lunga dieci anni in:

400m: 47.60 Marita Koch, Canberra 1985
alto: 2,09 Stefka Kostadinova, Roma 1987
peso: 23,12 Randy Barnes, Los Angeles 1990
lungo: 8,95 Mike Powell, Tokyo 1991
400hs: 46.78 Kevin Young, Barcellona 1992
alto: 2,45 Javier Sotomayor, Salamanca 1993
triplo: 18,29 Jonathan Edwards, Goteborg 1995

Una “struttura” più antica può esser considerata la performance di Jarmila Kratochvilova con 1:53.28 sugli 800 a Monaco di Baviera nel 1983: Caster Semenya è arrivata a meno di un secondo. Senza dimenticare l’86,74 nel martello di Yuri Sedykh nell’86, il doppio baleno di luce (10.49 e 21.34) sui 100 di Florence Griffith nell’88, nello stesso anno il 7,52 nel lungo di Galina Chistyakova e il 15,50 nel triplo di Inessa Kravets, datato ’95.

Per l’anno che presenta i Mondiali “ritardati” di Doha, la scelta è caduta sui “sette pilastri”, e non su altri record che per varie ragioni sono risultati e risultano inattaccabili. Esistono motivi più o meno solidi: la possibilità che una rivalità o un colpo da maestro - o da maestra - possano causare un cambiamento dopo attese lunghissime.

Shaunae Miller-Uibo vs Salwa Eid Naser (400): l’indossatrice delle Bahamas, scesa sotto i 49 secondi, contro la compatta ragazzina cocktail nigeriano e bahreniano, giunta nei pressi di quella barriera. A occhio, l’una e l’altra possono scendere ancora.

Mariya Lasitskene vs se stessa (alto): il primo assaggio, una gara-esibizione in un centro commerciale, è stato eloquente: 2,07 falliti di un soffio. La collezione di salti a 2,00 sta diventando sterminata.

Tom Walsh vs Ryan Crouser (peso): divisi nella all time da due centimetri (22,67 a 22,65) ma con il neozelandese in possesso di una tecnica nitida e di una solidità agonistica formidabile.

Juan Miguel Echevarria vs Luvo Manyonga (lungo): per il giovane cubano, prima dell’infortunio era arrivato il capolavoro di Stoccolma, 8,83 con una bava di vento oltre la norma; per il sudafricano, una continuità impressionante nella zona degli 8 e mezzo. La finale mondiale, come a Tokyo ’91, per atterraggi mirabolanti.

Abderrahman Samba vs Rai Benjamin (400hs): il secondo e il terzo di tutti i tempi; l’unico, dopo Young, a esser sceso sotto i 47 secondi e la novità che ha eguagliato Edwin Moses. Qualche organizzatore di meeting proverà ad anticipare il faccia a faccia riportando i 400hs nella parte alta del manifesto.

Mutaz Barshim vs Danil Lysenko (alto): sfida basata sui “se”: tornerà in efficienza piena lo smilzo del Qatar dopo l’operazione alla caviglia? Verrà ammesso alle competizioni il giovanotto della repubblica di Baskiria, nuovo socio del club dei 2,40, dopo che il “passaporto” gli è stato ritirato per aver saltato un paio di controlli?

Christian Taylor vs Pedro Pablo Pichardo (triplo): proprio a Doha i due hanno dato vita, quattro anni fa, al più acceso testa a testa, lo scontro che ha visto lo sconfitto (Taylor) per quattro centimetri oltre i 18 metri e il vincitore (Pichardo, tra qualche mese portoghese) rimbalzare a 18,08.

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