Kipchoge ancora re, l'arte della corsa

24 Novembre 2019

Scelto come atleta dell'anno per la seconda stagione di fila dopo l'esibizione-impresa di Vienna. Dalla Rift Valley alla possibile sfida delle sfide con Bekele e Farah ai Giochi 2020


 

di Giorgio Cimbrico

Eliud Kipchoge atleta dell’anno: la scelta di premiare l’impresa, lo spostamento di un limite umano che molti pensavano invalicabile. Che 1h59:40.2 non sia il record del mondo conta poco. Eliud, due riconoscimenti di fila, terzo keniano (dopo Wilson Kipketer sotto la bandiera della Danimarca, e David Rudisha), primo maratoneta a entrare nella galleria aperta nell’88 con Carl Lewis, non ha lasciato nell’anno che sta finendo solo l’esibizione sul viale alberato di Vienna: la quarta vittoria a Londra è stata accompagnata da una delle più grandi prestazioni della storia, a meno di un minuto dal record del mondo e berlinese. Suo, naturalmente. Ora vuole conoscere Obama, e Obama vuole conoscere lui: le radici li avvicinano, li accomunano.

Molti puristi hanno liquidato l’impresa di Kipchoge come un’esibizione: pattuglie di sette lepri che si alternavano nel dettare il ritmo e nel tenerlo al coperto, una proiezione ideale tracciata da un raggio verde, disegnato sull’asfalto dell’Hauptallee, nel cuore del Prater, rifornimenti in corsa, senza deviazioni, hanno permesso al primatista del mondo - 2h01:39 poco più di un anno fa a Berlino – di scrivere un trattato sul ritmo con qualche escursione verso l’alto a 2:52 e 2:54, qualche altra verso il basso a 2:48, un “tono” generale a 2:50. Qualcuno si è divertito a osservare che Eliud ha corso 420 volte i 100 in 17 secondi. Scarpe magiche, condizioni climatiche perfette (attorno ai 10° alla partenza, un paio di gradi in più all’arrivo), perfetta preparazione sui percorsi di casa, tra i 2000 e i 3000 metri di altitudine, con sedute settimanali sino a 230 km, attenzione estrema nel cibo, aspetto quest’ultimo trascurabile per Eliud che tende all’ascetismo. Un’esibizione, d’accordo, e un record che non sarà mai omologato, ma pur sempre ottenuto da un uomo con due gambe, due polmoni, un’attitudine formidabile. Quando chiesero a Robert de Castella, nell’81 primatista mondiale con 2h08:18, se era possibile correre una maratona in meno di due ore, il simpatico australiano rispose. “Nella vita si può fare tutto, poi si muore anche”. Eliud è vivissimo.

Ha 35 anni e sul palcoscenico è salito molto tempo fa, in una sera parigina del 2003 quando con quel crescendo armonico piegò Hicham El Guerrouj e Kenenisa Bekele diventando campione mondiale dei 5000. Nessuno lo conosceva, così come incerta era la data di nascita che, in seguito, venne stabilizzata sul 5 novembre 1984, nel distretto generoso delle Nandi Hills, in pieno altopiano affacciato sulla Rift Valley, la cicatrice che gli astronauti possono ammirare dallo spazio, un’incisione che parte dalla regione dei Grandi Laghi e prosegue sino al Corno d’Africa. Calarcisi, per passare da una parte all’altra, significa trovarsi in una foresta fitta, di un verde tenue: gli alberi degli elefanti, li chiamano. Di elefanti sono rimasti solo quelli di Amboseli, di Masai Mara e degli altri parchi, piccoli e grandi.

Se la calligrafia assoluta può esser ricercata in Steve Cram o in El Guerrouj, così come la ricerchiamo in una statua di Canova, per Eliud è necessario estendere il concetto, inoltrarsi in una sequenza di canoni per giungere a una definizione più alta, vicina all’assoluto. Kipchoge è oggi il depositario di un’arte, l’arte della corsa, che è confluenza di mille rivoli come il Nilo più segreto, quello che nasce da polle nel buio dell’Africa più nera, l’Ituri. Diventato maratoneta, ha vinto undici delle dodici avventure sui 42 km. Unica sconfitta, dietro a Wilson Kipsang, quel giorno da record del mondo.

Eliud pensa, legge, corre, organizza se stesso all’interno di un condizionamento che prosciuga le membra (senza drammatiche scarnificazioni, una statua di Giacometti), che arricchisce il serbatoio dell’energia, che non trascura l’appoggio del piede e la spinta che ne deriva. Serve una disciplina, un ordine, un pensiero razionale. Kipchoge ha conquistato questi strumenti, li ha affinati. Non è un artista che vive di impeti, di tempeste, è un Palladio di se stesso, un architetto che il passare degli anni e l’accumularsi del denaro non ha cambiato nei riti quotidiani, nella semplicità dei quartieri d’allenamento.

È un patrimonio di saggezza che sa trasformarsi in un’infinita sequenza di gesti perfetti e che lo offre come depositario di cultura storica: il richiamo al record di Roger Bannister non può non essere apprezzato. Bolt, nel 2009, a Berlino, confessò candidamente che non sapeva bene chi fosse quell’Owens su cui continuavano a fargli domande. Persino un certo gusto della battuta esce allo scoperto (“Quando hai sentito che poteva arrivare la crisi?” gli hanno domandato. “Mai”, ha risposto con un sorriso compiaciuto e un poco astuto), accanto a una sincerità che lo ha portato a narrare la sua notte prima di dirigersi verso il viale alberato da percorrere su e giù. “Sveglio alle 3, disteso sino alle 5. Un bicchiere di latte. Poi le tre ore più tormentate della mia vita”. Il primo passo è stato una liberazione, una trasfigurazione. Qualche secondo prima delle 10.15 era un uomo molo felice e molto più ricco: pare che Jim Ratcliffe gli abbia allungato un milione e mezzo di dollari nel quadro di un’operazione che ne è costata 20 e che si è rivelata un ottimo investimento per l’Ineos, colosso chimico spesso al centro di proteste degli ambientalisti, e per la Nike che aveva appena chiuso il Nop, il centro di allenamento di Alberto Salazar e che a Vienna ha fatto confluire più lepri di quante se ne potevano cacciare a Godollo, vicino Budapest, uno dei luoghi di soggiorno venatorio più amati da Francesco Giuseppe.

Per il futuro si vedrà. Dicono che Eliud abbia firmato per Londra (in cerca della quinta vittoria) che cade perfettamente per chi, tre mesi dopo, a Sapporo, e non nella fornace di Tokyo, darà l’assalto al secondo oro olimpico in una sfida tra veterani: Kipchoge, Kenenisa Bekele, Mo Farah, 114 anni in tre. Sei scarpe volanti, tre cervelli pulsanti.

PS: padre Colm O’Connell, irlandese della contea di Cork, da 43 anni sull’altopiano del Kenya, ha ricevuto un premio che riassume una vita in cui la fede in Dio e quella nell’uomo si sono fuse. Ha allenato migliaia di toto (ragazzi, in swahili), ha scoperto una serie infinita di campioni, ha una collezione di 25 titoli mondiali e 4 olimpici. “E pensare che quando arrivai laggiù, sapevo qualcosa di calcio. Di atletica proprio niente”, raccontò una sera di nove anni fa, a Rieti, dopo che Rudisha aveva corso in 1:41.01. Un premio che ha commosso chi ama l’atletica e i suoi apostoli.

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