Salti amarcord: “Così siamo diventati campioni”

07 Maggio 2020

Giuseppe Gentile, Giovanni Evangelisti, Fiona May, Magdelin Martinez e Simona La Mantia insieme in un webinar-evento su AtleticaViva Online: “La storia siamo noi” | GUARDA IL VIDEO

 

La storia non si inventa. La leggenda si costruisce salto dopo salto, come testimoniato da cinque fuoriclasse del triplo e del lungo che hanno scritto pagine memorabili dell’atletica azzurra. Mondi diversi a confronto, epoche distanti, percorsi differenti, ma nel dna la stessa voglia di diventare campioni. Il bronzo olimpico del triplo di Città del Messico ’68 Giuseppe Gentile, il bronzo del lungo a Los Angeles ’84 Giovanni Evangelisti, la due volte campionessa del mondo del lungo Fiona May, la primatista italiana del triplo Magdelin Martinez e l’oro europeo indoor del triplo Simona La Mantia: li ha riuniti il responsabile federale dei salti Claudio Mazzaufo per il webinar-evento “La storia siamo noi” sulla piattaforma AtleticaViva Online della FIDAL. Due ore di amarcord e racconti, una rimpatriata alla quale hanno partecipato tanti giovani saltatori azzurri e i loro tecnici, per scoprire i segreti di chi ha vissuto le pedane da protagonista, ha saputo rialzarsi dai momenti di crisi e ha collezionato risultati eccezionali. “Fosse stato ancora con noi Elio Locatelli si sarebbe divertito da matti, non lo dimenticheremo mai”, è la dedica di Mazzaufo (coadiuvato dai collaboratori Giulio Ciotti ed Enrico Lazzarin) che ha scelto proprio “La storia siamo noi” di Francesco De Gregori come colonna sonora dell’incontro, al quale faranno seguito altri webinar, sempre con i campionissimi su Zoom: “E magari replicheremo l’iniziativa in un raduno azzurro, quando sarà possibile”.

GIUSEPPE GENTILE - Più di cinquant’anni sono passati da quel terzo posto di Città del Messico: “Non credo di essere stato un atleta eccezionale perché secondo me non ho fatto abbastanza - le parole di “Beppe”, oggi 76enne - chi partecipa a una finale olimpica ha il desiderio di battere tutti e io volevo più del mio 17,22”. Nei suoi racconti anche l’ammirazione per Jonathan Edwards (“è il punto di riferimento perché il suo salto è la perfezione, tutti gli altri grandi triplisti hanno portato con sé qualche piccolo difetto”) e l’episodio dell’incontro con Maria Callas sul set di Medea di Pasolini (Gentile era Giasone): “Siamo entrati in contatto quando abbiamo scoperto che entrambi praticavamo l’autoipnosi”. E poi il cambio del piede di stacco (dal sinistro al destro) per risollevarsi da una crisi giovanile, l’addio dopo Monaco ’72 a 29 anni (“Me ne sono pentito”) e la sua filosofia in pedana: “Molti atleti aspettano che il pubblico batta le mani, a me invece distraeva: volevo concentrarmi ed eliminare tutto ciò che mi circondava”.

GIOVANNI EVANGELISTI - “Ho smesso a 33 anni, nel ’94. Ho sempre fatto atletica per divertirmi e fino al secondo anno senior ho ‘giocato’: ho lasciato quando ho cominciato a non divertirmi più”. Per Giovanni Evangelisti il webinar è stata anche l’occasione di incontrare di nuovo Beppe Gentile: “Non ci vedevamo da almeno trentacinque anni, da qualche mese prima dei Giochi di Los Angeles nell’84”. Sollecitato da una riflessione della triplista Ottavia Cestonaro sul tema della gestione mentale dei grandi appuntamenti, ha rievocato le sue abitudini da atleta: “Ho capito che non potevo far tante gare prima del grande evento ed è capitato che esordissi direttamente alle Olimpiadi o ai Mondiali. In gara, prima del salto, cercavo di visualizzare, di ripeterlo mentalmente, e spesso facevo una rincorsa quasi completa che mi serviva per arrivare alla rincorsa vera e propria con un battito cardiaco più alto”.

FIONA MAY - La domanda più difficile a cui rispondere è quella della figlia Larissa: “Mamma, cosa pensavi prima di un salto?”. Nelle parole di Fiona May c’è tutto il suo spirito di guerriera: “Più che pensiero è istinto, istinto naturale: prima di iniziare la rincorsa già sapevo se il salto sarebbe stato buono o cattivo”. Due titoli mondiali (’95 e 2001), due argenti olimpici (’96 e 2000) e otto anni consecutivi senza scendere dal podio nelle rassegne internazionali (dal ’94 al 2001): “Il segreto è che ho sempre pensato alla medaglia successiva, è stata la mia mentalità. Dopo i Mondiali di Göteborg ’95 mi son detta ‘sì, bello, ho vinto, ma devo andare oltre’. E così è stato. Quando sei convinta di testa nessuno può fermarti. Lo stesso è accaduto dopo il ‘furto’ di Siviglia ’99 quando volevo lasciare l’atletica, o dopo il secondo posto di Sydney. Mi sono sempre presa le mie rivincite”.

MAGDELIN MARTINEZ - Emozionata e fiera, Magdelin Martinez: “Non era soltanto atletica ma una grande famiglia. Nel mio caso ha vinto la perseveranza, e il riuscire a trasformare l’ansia in energia positiva. Ho smesso soltanto quando il fisico cominciava a darmi segnali e facevo fatica a recuperare gli infortuni”. Bronzo ai Mondiali di Parigi 2003 e unica azzurra oltre i quindici metri (“A Roma, Casal del Marmo, nel 2004: non sapevo se piangere o ridere, avevo una felicità unica dentro di me”), il fuoco per l’atletica arde da quando era bambina a Cuba: “Come sapete lì c’è tanta cultura sportiva. Volevo giocare a pallavolo ma mi hanno scartato perché ero considerata troppo piccola. Così con le gare giovanili mi sono accorta di avere doti per l’atletica e poi sono cresciuta in nazionale con il mito di Pedroso e Sotomayor”. 

SIMONA LA MANTIA - Il primo abbraccio (virtuale) è per Fiona: “Da quando ho iniziato a saltare è stato il mio idolo”. Un sorrisone è rivolto a Magdelin: “Siamo state compagne in Nazionale e abbiamo diviso spesso la camera in trasferta”. Dopo la maternità e un altro paio di stagioni in pedana, Simona La Mantia ha deciso di lasciare l’attività agonistica. Nel ripercorrere la propria carriera, non dimentica due momenti chiave: “A 17 anni, dopo belle misure da cadetta, in Michele Basile ho trovato nuovi stimoli per andare avanti. L’altro momento decisivo è stato nel 2008-2009: continuavo ad allenarmi e i risultati non venivano, ma sentivo il sostegno delle Fiamme Gialle e soprattutto di Roberto Pericoli che mi incitava a non mollare: poco dopo è arrivato l’argento inaspettato di Barcellona 2010, quindi l’oro di Parigi nel 2011”.

naz.orl.

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