Vent'anni senza Nebiolo, l'atletica-show

04 Novembre 2019

Giovedì 7 novembre l'anniversario della scomparsa del grande dirigente torinese, numero uno della IAAF dal 1981 fino al '99. Il potere, il successo e la passione per questo sport trasformato in spettacolo: "Ho più Paesi dell'Onu"


 

Il 7 novembre ricorrono i vent’anni della scomparsa di Primo Nebiolo. Imprenditore torinese, laureato in giurisprudenza, si dedicò con tutte le forze alla promozione dell’atletica, agganciando relazioni proficue con un enorme numero di istituzioni. Eletto presidente FIDAL nel dicembre 1969, rimase in carica fino all’inizio del 1989. La sua frenetica e generosa attività a favore dell’atletica leggera lo portò nel 1981 alla nomina a presidente IAAF, che mantenne fino alla morte (1999).

di Giorgio Cimbrico

Vent’anni fa, il 7 novembre, una telefonata quando il giorno non era ancora fatto e quel poco era grigio. “È morto”. Si svegliò anche mio figlio e, senza chiedere una conferma e senza tirare a indovinare: “È morto Nebiolo”. Così scrissi il “coccodrillo” e due giorni dopo andai a Roma per il funerale. Quel che ricordo non sono i tanti volti, le strette di mano, le parole di circostanza, i ricordi che potevano strizzare qualche sorriso. Sono le lacrime di Angelo Cremascoli, amico e scudiero. Rotolavano, una dopo l’altra. “È morto mio fratello”. Primo era in una bara lucida, già chiusa, nel Salone d’Onore del Foro Italico. Lo portarono a quella chiesona in piazzale Euclide, poi via, sulla rotta del Nord. L’ultimo viaggio, scrisse qualcuno.

Qualche crepa si era disegnata a Budapest, nell’estate del ’98 (“dovrebbe riposarsi ma con lui è un argomento proibito”, confidava Sandro Giovannelli) ma era stato a Siviglia, due mesi prima, il momento in cui avevamo capito quanto fosse stanco. Pranzo al finto-moresco Alfonso XIII, un discorso faticoso, un appoggiarsi al braccio che era un improvviso gravare, la richiesta silenziosa di un sostegno. La carica stava finendo e, insieme, lo slancio vitale. Ma il concetto di resa non gli apparteneva: pensava a Sydney, a Edmonton, a nuove sfide, progetti. Un concetto forzato di immortalità.     

Era un cocktail di arditezze, di prudenze, di paure, di arroganze, di potere esercitato con sfrontatezza, di passione forte e sincera per l’atletica. Una vita percorsa tumultuosamente, sempre con una carta d’imbarco – in top class, naturalmente – per ogni destinazione dove spettacolo-denaro-potere-successo-audience erano una parola sola, senza trattini. Aggiungere anche l’amore.

Genuino.

Nato un 14 luglio – e qualcuno sostiene che le congiunzioni non abbiano importanza - percorre una parabola: una presa di potere a suo modo rivoluzionaria, una conservazione, un declinare. Amava ricordare di aver trovato la IAAF in piccole stanze londinesi, in una traversa che dava sulle vetrine laterali di Harrods, e andava fiero di averla portata a Montecarlo; di aver reso globale, economicamente molto fiorente, un mondo che, sino al 1981, andava avanti con vecchie regole, vecchio stile e stentati conti in banca. Lui inventava: le Coppa del Mondo in pista, di maratona, di marcia, partoriva i Mondiali e proponeva le sue creature alle televisioni trovando terreno fertile. Era un impresario: ai primi d’agosto dell’80 propose a Roma le rivincite - e le sfide non viste - dei Giochi boicottati di Mosca e portò 65.000 spettatori all’Olimpico, nel primo Golden Gala. Oggi, impensabile.

Varò una riforma all’apparenza democratica: ai vecchi tempi la IAAF era un’assemblea patrizia, con i paesi fondatori dotati di quattro voti, i medi di due, gli altri di uno. Avversato dagli anglosassoni che lo attaccarono senza quartiere, amico del terzo mondo e dell’area socialista, cambiò le regole del gioco: un paese, un voto. E tutto venne sintetizzato in un breve colloquio diventato trattato di filosofia politica. “Invitiamo anche Malta? È piccola; invituma anche Malta, l’è cita”, esprimeva i suoi dubbi il fido Angelo Cremascoli. “Matto, è piccola ma ha un voto come la Russia, fol, l’è cita ma al gha un vot parei la Russia”. In piemontese fa un altro effetto. E così aprì le porte a tutti, anche a Guam, alle Isole Turks e Caicos, a Vanuatu. “Ho più paesi io che l’Onu”, si vantava. E certe manifestazioni sembravano trionfi di Cesare: il tipo grosso e seminudo con lo scacciamosche che veniva da Papua Nuova Guinea, lo scalzo delle Seychelles che correva i 60 e aveva un nome da schiavo, Cyril Brioche, i giovani e spauriti afghani.

In un’atletica straziata dal doping, si seccava se qualcuno gli faceva domande imbarazzanti. “Sono il presidente della IAAF, non il presidente della pipì”, rispose a un giornalista inglese che lo tempestava sulle positività, sui dubbi, sui sospetti, sul paese d’ombre. Era percettivo: nei primi anni Ottanta provò a varare un meeting che srotolasse le gare accanto a un concerto Live Aid di Bob Geldof.

Non gli riuscì, ma riuscì a portare l’atletica su frontiere problematiche: a Belfast, a Soweto, dove Heike Drechsler e Irina Privalova piansero caricandosi addosso quei bambini neri, stupiti e eccitati: sino a quel momento le donne bianche e bionde li avevano tenuti alla larga. Andò in Cina quando era un pianeta proibito e provò, al fianco di Juan Antonio Samaranch, a salvare l’Olimpiade di Mosca. “Al Cremlino furono gentilissimi ma in sostanza ci mandarono a fare in c…”, fu la sua sintesi, brutale e realistica. Sognava una maratona attraverso il 38° parallelo e un’altra a cavallo tra Gaza e Israele.

Amava gli atleti, ne andava orgoglioso. “Il calcio ha un solo Ronaldo, io ne ho almeno uno in ogni specialità”. Una carezza in un pugno: se il Cio non l’avesse trattato con la dovuta considerazione, lui era pronto a negarli ai Giochi, tutti quei Ronaldi, provocando una mutilazione senza anestesia. Era vanitoso e faceva collezione di onorificenze, di lauree honoris causa. A Stoccarda gliela negarono perché l’avevano concessa a Hegel e a pochi altri e lui divenne verdastro. In ogni caso, ne incasellò 26 e l’altisonanza di certi titoli cinesi e giapponesi riportano ad avventure di Corto Maltese o all’Ultimo Imperatore. E proprio come un imperatore voleva esser trattato: limousine, motociclisti di scorta, suite gigantesche con pianoforte a coda (a Atlanta era bianco) o statue similgreche. Nella sua biografia fece comparire, nella versione inglese, che durante la guerra era stato president of the partisans. Gradiva passare da poliglotta ma un paio di volte i suoi discorsi di inaugurazione in finnico e giapponese scatenarono risate.

Pregi, difetti e uno scandalo: quello legato al salto truccato di Giovanni Evangelisti lo costrinse a lasciare una federazione italiana che aveva rifondato e plasmato, spedendola tra le potenze, raccogliendo molto. Ora la chiamano l’età di Simeoni e Mennea, ma non c’erano solo Sara e Pietro.

Chi era Nebiolo? Un Citizen Kane, come il personaggio creato da Orson Welles, quello che muore dicendo “Rosabella” e nessuno sa cosa vuol dire e solo all’ultimo fotogramma si scopre che era la slitta che il magnate aveva cavalcato da bambino. Primo è morto a 76 anni, vecchio lunghista che non aveva mai superato i 7 metri e che guardava con stupore, invidia, amore chi ne saltava quasi 9.

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Primo Nebiolo (archivio FIDAL)


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